21. Aprile 2016

L’aiuto sociale non è un atto di grazia

Nel rendiconto del 2016, la Ssup, come nei trascorsi 206 anni, ha assistito con aiuti finanziari persone e famiglie colpite dalla povertà. Inoltre, la Ssup ha sostenuto la realizzazione del manuale del Beobachter, «Quando mancano i soldi», dedicato all’argomento dell’aiuto sociale. Il Direttore dell’Ssup, Lukas Niederberger ha parlato con il professor Walter Schmid, già Direttore dell’Università per il lavoro sociale a Lucerna e già Presidente della Conferenza svizzera per l’aiuto sociale (CSAS).

Professore, lei sa quali cantoni del nostro Paese sono confrontati con maggiori problemi della povertà. Come valuta la povertà nella ricca Svizzera d’oggi, se fa il paragone con gli anni 1980 o prima?

Al contrario di allora, oggi la povertà è considerata quasi esclusivamente dovuta all’insuccesso del singolo. Lei o lui non ce l’ha fatta. E più cresce il benessere per una parte della popolazione, più si attribuisce la causa per l’insuccesso al singolo individuo. Sono ormai in pochi a indicare le cause strutturali come origine della povertà. Per esempio le prestazioni insufficienti a favore delle famiglie dai guadagni bassi, il che spiegherebbe perché un bambino su dieci, in Svizzera vive grazie all’aiuto sociale. Oppure il fatto che gli ultra cinquantenni non trovano più un posto di lavoro e si sentono abbandonati dalla società. Noi conosciamo le persone disperate che vorrebbero lavorare ancora, ma che non trovano un posto.

Come si promuove l’impiego di persone ultra cinquantenni? Mediante un obbligo legale oppure con vantaggi nella tassazione, o ancora, con programmi di coaching e mentoring, più efficienti di quelli offerti dai RAV? Oppure la soluzione potrebbero essere delle imprese sociali come il Gruppo Dock?

Per prima cosa, certi adeguamenti legali possono eliminare stimoli falsi: i costi sociali per i datori di lavoro non dovrebbero aumentare per gli impiegati di età maggiore, bensì diminuire. Da prendere in considerazione anche vantaggi nella tassazione. Sindacati e datori di lavoro dovrebbero capire che gli stipendi non devono aumentare obbligatoriamente con l’età, rincarando così i costi del lavoro di dipendenti anziani. Innanzitutto ci vogliono partner sociali innovativi, in grado di sviluppare nuovi modelli di lavoro e orari lavorativi, creando condizioni win win. Nell’ultimo decennio tutti hanno predetto una mancanza di forze lavoro specializzate, ma ciò non è servito a nulla ai senza lavoro ultra cinquantenni.

Lei è presidente della Conferenza svizzera per l’aiuto sociale, la CSAS. Le direttive della CSAS non sono vincolanti, non sono legittimate democraticamente e hanno carattere indicativo. Molti comuni non rispettano le direttive CSAS, ma autodefiniscono il minimo esistenziale e da decenni non adeguano i contributi agli affitti. Tanti comuni respingono addirittura i richiedenti di contributi, altri gli obbligano a traslocare in alloggi più a buon mercato, ma non contribuiscono se ciò comporta il pagamento di due affitti dovuti al trasloco immediato. Naturalmente, la cittadinanza può eleggere consiglieri comunali più sociali, ma ci sono altre soluzioni per evitare che i comuni chiudano i rubinetti nel campo sociale.

Lei accenna a un gran numero di problemi. L’armonizzazione degli standard dell’aiuto sociale in Svizzera è un postulato molto vecchio. Nei decenni passati, le direttive della Conferenza svizzera per l’aiuto sociale (CSAS) hanno contribuito a introdurre un certo equilibrio. Alla fine però, secondo la Costituzione, l’aiuto sociale sottostà alla sovranità dei cantoni che, a loro volta, lasciano libertà ai comuni. Voi la CSAS o la CDSC (Conferenza delle direzioni sociali dei cantoni, tutti si limitano a semplici raccomandazioni.

E i recenti sviluppi nel canton Berna, dove si intende ignorare le direttive appena approvate, sono la dimostrazione dell’effetto limitato di simili raccomandazioni. Inoltre, i membri deboli dell’esecutivo sono tentati a cedere alle correnti populistiche e non danno peso all’intenzione di armonizzare l’aiuto sociale fra i cantoni. Così non rimarrà altro che la soluzione federale, anche se recentemente il Parlamento l’ha respinto. Il trend a respingere chi riceve aiuti sociali non è tanto dovuto alle direttive, ma ai tentativi di aggirare l’obbligo di accettare le richieste, o di rendere la vita difficile a chi dipende dagli aiuti sociali. Un comportamento che trovo particolarmente squallido. Naturalmente è giusto essere parsimoniosi con i mezzi destinati all’aiuto sociale. Un giusto equilibrio del peso a carico di alcuni comuni eviterebbe la pressione eccessiva.

In Svizzera, spesso la povertà non si combatte ma si gestisce soltanto. Gran parte dei comuni non paga formazione o specializzazione, o anche lezioni di guida, cosa che magari aumenterebbe la possibilità di poter rinunciare all’aiuto sociale e integrarsi nel mondo del lavoro. Come migliorare la professionalità e l’efficacia a lungo termine? Regionalizzare gli uffici dell’aiuto sociale, come le KESB(?) che hanno sostituito le comunali autorità tutelari? Oppure, potrebbe essere una soluzione la formazione di base obbligatoria di lavoro sociale per le/i responsabili dell’aiuto sociale dei comuni?

Per fortuna, ci sono anche quei comuni, dove specialisti e autorità hanno scoperto che, investire nelle persone vale la pena, se queste poi possono fare a meno dell’aiuto sociale. È importante che chi è al fronte abbia le necessarie qualificazioni professionali. Per questo motivo, si consiglia ai comuni più piccoli senza servizio sociale di unirsi a delle consorelle.

Quando i comuni stabiliscono tipo ed entità dell’aiuto sociale, de facto violano il principio della parità dei diritti: a dipendenza del luogo di residenza di chi riceve l’aiuto sociale, variano il fabbisogno di base e i contributi liberi stabiliti. In certi cantoni, le famiglie ricevono contributi complementari. E, secondo il cantone e il comune, chi riceve l’aiuto sociale deve pagare parte delle fatture per cure dentarie e, prima, poi o mai, devono rimborsare l’aiuto sociale ricevuto. L’iniziativa delle città “Politica sociale” e la CSAS rivendicano una Legge quadro a livello federale, l’associazione svizzera dei comuni s’immagina un concordato cantonale. In futuro, la SODK? approverà cambiamenti centrali delle linee direttive. Come possiamo d’ora in poi garantire la parità dei diritti a livello nazionale? Lei vede delle soluzioni le quali non dovremmo aspettare per dei decenni?

In effetti, ci sono differenze giuridiche veramente urtanti, ed è dovuto al federalismo che comporta certe discrepanze: nella tassazione, nelle riduzioni dei premi, nelle prestazioni della salute, nelle tariffe dei nidi preasilo e molto altro ancora. Si pone sempre la questione, se e per quale ragione si giustifichino le differenze. Per l’aiuto sociale non vedo ragioni convincenti, eccezion fatta per i premi delle casse malattia e degli affitti che variano secondo le zone. Quanto alle necessità esistenziali, le indennità e l’assunzione di cosi straordinari, a mio modo di vedere, le differenze non sono giustificati. Al contrario: nelle situazioni paragonabili, la Costituzione prescrive la parità di trattamento. Poiché una legge federale in materia e anche un Concordato cantonale, potrebbe diventare un progetto secolare, per ottenere almeno l’eliminazione delle maggiori differenze, non rimane altro che adire la via legale.

In Svizzera, i poveri sono all’incirca il 9%. Nel 2014, si contavano 261’983 persone che ricevevano l’aiuto sociale. L’aiuto sociale è finanziato principalmente dalle imposte. Quali modelli di finanziamento alternativi considera necessari e realmente applicabili? Serve tassare le transazioni finanziarie, l’energia e il consumo? La soluzione potrebbe essere l’introito di base? O sarà forse il caso che ogni singola/o abitante si riassuma maggiore responsabilità per sé e per i propri figli, fratelli e sorelle, genitori e nonni?

Sono del parere che già oggi, tante persone si assumano la responsabilità per i propri parenti e per i loro prossimi. L’alta quota di coloro che non hanno un introito che assicura un minimo esistenziale, ma che ciò nonostante rinunciano all’aiuto sociale, dimostra che la solidarietà fra congiunti, generazioni e amici non è una parola vana. Il finanziamento dell’aiuto sociale con le imposte non mi pare necessariamente uno svantaggio. Contrariamente all’IV o all’ALV? che occasionalmente vanno risanate con grande sacrificio, le uscite dell’aiuto sociale sono parte del budget ordinario. Si potrebbe levare molta pressione politica, se l’aiuto sociale fosse finanziato non dai comuni, ma dai cantoni. Lo dimostrano i cantoni della Svizzera romanda, dove l’aiuto sociale è meno oggetto di scandali e lotte politiche. Tante persone non sanno che l’aiuto sociale incide con solo il tre percento sul totale dei costi sociali e, pertanto, non sarà indicativo per i modelli di finanziamento di cui la società avrà bisogno nel futuro.

Non è raro che la povertà venga lasciata in eredità da generazione a generazione. Qual è la parola magica?

Non mi piace l’immagine del lascito. Anche se è solo una figura retorica, dà l’impressione che si tratti di qualcosa di genetico. Abbiamo già fatto questo dibattito. Io parlo piuttosto di una sorta di solidificazione o fatalità della povertà che effettivamente può verificarsi nel corso delle generazioni. Chi conosce il lavoro solo per sentito dire, perché nessuno nella famiglia ha mai avuto un lavoro, corre il rischio di diventare anche lui un senza lavoro. Si tratta dunque di interrompere questa mancanza di prospettive. È questa che suscita l’impressione di esserne prigioniero, e dunque condiziona il modo di reagire. Aprire prospettive e opportunità! È questa la formula magica.

Per finire, cosa ritiene importante per una Svizzera giusta e solidale?

Mi augurerei un Paese nel quale, oltre a risparmio e concorso, contano anche altri valori e temi più importanti.